Per chi non ama fare il cinema ma guardarlo, per chi piange in sala e ride in salotto, per chi vorrebbe tanto capire Kubrick ma non ci riesce. Dall'idea di due ignoranti di cinema, privi di pregiudizi di genere, ironici e dinamici, affiancati da fidi collaboratori, un blog per tutti i gusti di ogni cinefilo medio di questa terra.
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giovedì 14 gennaio 2010

La casa degli spiriti - Billie August

Stanca del paragone libro vs film, dove sempre e comunque il primo ne esce vincitore, decido di partire da un diverso presupposto: il paragone è impari. Perchè un libro ha l'arma profonda della scrittura che può spaziare in lungo e in largo, scavando nei personaggi, nella loro psiche, nei paesaggi e nei tempi. E lascia il compito di disegnare alla nostra immaginazione le immagini e i suoni di una storia scritta. In un paio d'ore il cinema, se pur con la forza e la dirompenza della visione, non può vincere contro la magia di un libro.


Ecco perchè non posso bocciare la trasposizione cinematografica de "La casa degli spiriti", opera prima di Isabel Allende. Trattandosi di un epopea familiare che racconta più di cinquant'anni di storia di una miriade di personaggi immersi nella storia cilena, è difficile pretendere di poter rendere tutto in chiave filmica. E' necessario tagliare, sintetizzare, semplificare. Ma questo non vuol dire che il film non riesca a cogliere l'essenza dei suoi punti più importanti. La descrizione imponente del protagonista maschile, Esteban Trueba che la Allende ha meravigliosamente creato in pagine e pagine di romanzo, nella pellicola emerge con decisione dallo sguardo sempre ardente di Jeremy Irons; il suo essere un rude dittatore nella vita pubblica come nei sentimenti, la sua ideologia conservatrice che si scontra con i cambiamenti della storia, quell'orgoglio e quella ricerca disperata di compresione sono intuibili in ogni gesto e in ogni espressione dell'attore. La protagonista femminile, invece, è una Meryl Streep che danza in una dimensione parallela, fatta di spiriti, tavolini che fluttuano sul soffitto, rafforzata da mutismi e addolcita da sorrisi. Gli altri due protagonisti più giovani sono interpretati da Winona Ryder e da Antonio Banderas, che fanno della loro recitazione ancora acerba il veicolo migliore per una storia d'amore impossibile. Le vite dei due giovani sono quelle maggiormente segnate dai gravi eventi della storia e della politica cilena, dall'elezione di Salvador Allende (parente della scrittrice) al colpo di stato di Pinochet. E' proprio questo che lascia stupiti: il libro in primis ma anche il film sono una sintesi esatta della mescolanza di realtà diverse; c'è il reale nella sua forma più estrema (la storia) e c'è l'irreale, il metafisico con i suoi spiriti che insieme si cercano e si trovano. Ogni cosa che nel libro è forza, evidenza, nel film è solo accenno, impressione, ma non vuol dire che valga di meno. Basta solo lasciare un po' spazio all'immaginazione: scavare negli occhi di Jeremy Irons, indagare gli spiriti della Streep, decifrare quei gemiti di Glenn Close. E lasciarsi trasportare a San Lucas, nella tenuta della Tre Marie, nella Casa dell'Angolo, in un America Latina viva come non mai.

Da non perdere entrambi.


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domenica 22 marzo 2009

The wrestler - Darren Aronofsky

Randy "The Ram" Robinson è una vecchia gloria del wrestling che a vent'anni dalla sua più grande impresa sul ring, si ritrova in miseria, con un impiego in un grande magazzino che non gli consente di pagare l'affitto, una figlia a cui non ha mai fatto da padre e un rimpianto nostalgico per il suo passato sportivo che continua a inseguirlo nei weekend, quando si esibisce nelle palestre dei licei. Dopo un incontro crolla a terra negli spogliatoi. Si risveglia in ospedale con una cicatrice sul petto e un dottore che gli dice quello che mai avrebbe voluto ascoltare: lasciare il wrestling. Una necessità dolorosa diventa l'occasione per provare a ricostruire una vita diversa. Ma essere quello che non si è mai stati è impossibile. Il rumore del fallimento e della solitudine è assordante, il Randy uomo comune sente il richiamo della folla, quelle urla indistinte che lo hanno sospinto in ogni mossa della sua esistenza, lo portano ad essere l'ariete. Ancora una volta ma forse l'ultima.

E' la storia di un campione sul ring che non sa vincere nemmeno un incontro della vita. Incapace di comunicare e di amare, gli resta un corpo che si porta dietro il peso del tempo e le cicatrici di ogni combattimento, ma dentro resta inevitabilmente vuoto. Vorrebbe che gli altri non la vedessero questa mancanza: per un numero indefinito di scene l'attore resta di spalle e la camera cerca di seguirlo, rispettando sempre la minima distanza dalla soglia del dolore di un uomo che ha fallito.
Micky Rourke tira fuori il coniglio dal cilindro, una rivincita dedicata a chi lo vedeva finito e ormai spacciato. Ha accettato il ruolo che gli ha permesso semplicemente di raccontare la sua storia, di farla conoscere a tutti noi senza alcun filtro. Ed è per questo che nei panni di Randy The Ram ci sta da Dio. La naturalezza e la profondità della sua recitazione bucano lo schermo, facendo dimenticare i suoi eccessi, la sua voglia matta di lasciare il cinema per diventare un pugile alla soglia dei quarant'anni, gli arresti. Dice che "la boxe è stata la cosa più bella che abbia mai fatto perchè combattere, pestarsi e sopravvivere sul ring è la vita, concentrata in un quadrato". Vedi attraverso gli occhi di Randy e vai dritto in quelli di Mickey.
Il pregio più grande è l'aver raccontato una storia che ha un milione di motivi per essere veramente drammatica, senza mai cadere nell'eccesso, senza cercare la lacrima facile là dove ci starebbe. Ogni elemento del film è completamente reale, nemmeno per un attimo si ha l'impressione che ci sia la finzione dietro quello schermo, merito della quasi totale riscrittura dei dialoghi da parte dello stesso Mickey Rourke e dalle scene dei combattimenti girati nella pause di reali incontri di wrestling con una folla di veri appassionati. Il finale lascia sospesi, proprio come The Ram nell'ultima sequenza, sospeso in volo verso il suo avversario, ma soprattutto verso l'unica cosa che lo fa sentire se stesso. Un secondo e il nero pervade lo schermo. Le note del Boss Springsteen, Golden Globe per la migliore canzone originale, accompagnano i titoli di coda e un brivido resta sospeso.
Un Leone d'oro a Venezia meritato, ma anche un Oscar al combattente Rourke non sarebbe stato male. Da vedere e soprattuto rivedere.

Curiosità:
- Quando Randy entra sul ring viene usata la canzone dei Guns'n' Roses, Sweet Child Of Mine, concessione che il regista ha fatto a Mickey Rourke che, durante la propria carriera di boxeur, entrava sul ring proprio accompagnato da questo pezzo.
- Originariamente il ruolo era stato scritto per Nicolas Cage che abbandonò il progetto dopo poco.
- La promozione del film è iniziata proprio durante gli incontri di wrestling per poi seguire i canali classici della promozione cinematografica.

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domenica 15 marzo 2009

Paura d'amare - Garry Marshall

Dopo aver rivisto per l'ennesima volta questo film sono arrivata alla conclusione che Garry Marshall debba essere ricordato più per questa opera seconda che non per Pretty Woman. Per questa affermazione, potrei essere mandata subito a rogo dai fan sfegatati della commedia romantica. Però, insomma, Pretty Woman è una storia davvero troppo improbabile, una favola così diabetica che finisce lì, quando compaiono i titoli di coda. Cosa ti porti dietro se non un senso di totale devastazione? E una aspettattiva molto più alta del necessario per la tua vita sentimentale che fa acqua da tutte le parti?

"Paura d'amare", invece, nasce da una commedia teatrale "Frankie and Johnny in the Clair de Lune" di Terrence McNally, che ne ha curato anche l'adattamento cinematografico, ed è un inno alla normalità, alla gente comune. Nessun albergo di lusso, ma appartamenti che odorano di vecchio e hanno macchie d'umido alle pareti, nessun ristorante che serve lumache, ma una tavola calda con l'odore della cipolla fritta e cameriere sole e disilluse. E' una storia d'amore profonda ma non solo. E' una descrizione sublime dell'animo umano, della sua solitudine. Tutti i protagonisti (che non sono solo Frankie e Jonny, il duetto si trasforma in una rappresentazione corale per tutto il film), sono vicini al baratro della solitudine, dell'insoddisfazione, dell'incapacità di trovare qualcuno, soprattutto dell'altro sesso, con cui relazionarsi. Insomma, l'uomo di oggi ha un'incapacità di dialogo soprattutto nelle relazioni che è spaventosa. E questo film la descrive a fondo. Dalla parte di lei e dalla parte di lui. Le esistenze di Frankie e Jonny sembrano fallimentari, nessuno pensa "vorrei una vita come quella", ma forse qualcuno dice "io ho una vita come quella". E nonostante le chiusure, le paure, gli sforzi vani per aprirsi all'altro alla fine si trova uno spiraglio. Una finestra aperta nel mondo dell'altro sotto le note del Clair de Lune di Debussy. Una porta si apre, un accappatoio per due nello spazio vitale dell'altro e uno spazzolino che trova posto in bagno come inizio di un percorso in due.
Di certo lo spettacolo non sarebbe stato lo stesso con due attori diversi, Al Pacino e Michelle Pfeiffer ci mettono del loro. Soprattutto lei, imbruttita, senza un filo di trucco, dura e spaventata, si cala nel personaggio con assoluta disinvoltura. Lui? E' Al Pacino, nulla da aggiungere. Anzi forse ha recitato col freno a mano tirato considerando l'intesità della sua recitazione. E' una commedia, di quelle che nella categoria Uccidimi dolcemente ci sta di diritto. Prendetela per quello che è, senza grandi aspettative se non siete fan di questo genere, ma pensate, almeno per un secondo, che girare una commedia sulla normalità, sull'uomo come semplice essere mortale in perenne affanno, vedrete che non è affatto semplice. Bravo Marshall!

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domenica 1 marzo 2009

The reader - Stephen Daldry

Diretto da Stephen Daldry, adattamento cinematografico del romanzo di Bernhard Schlink "A Voce Alta", con la sceneggiatura di David Hare, e protagonisti Kate Winslet (oscar come migliore attrice), David Kross e Ralph Fiennes.

Il film racconta l'amore di Michael Berg per la misteriosa Hanna, amore nato quando a quindici anni fu iniziato al sesso dalla donna, allora trentaseienne. Dopo aver perso le sue tracce per molti anni, Michael, divenuto studente di legge, ritroverà Hanna in un'aula di tribunale, accusata di crimini contro l'umanità, scoprendo il suo lato oscuro di spietata nazista accusata di aver ucciso oltre trecento ebrei. Ma non tutto è come sembra: Michael ricorda di come alla donna piacesse ascoltare letture ad alta voce durante i loro incontri amorosi e capisce che Hanna porta con sè un segreto che potrebbe assolverla da ogni accusa ma per cui ella è disposta a tutto pur di mantenerlo.


In una parola sola, vi consiglio di vederlo.

Per l'interpretazione della sua protagonista, Kate Winslet. Oscar meritatissimo. Per aver vinto la sua sfida di rendere umano un personaggio che pure ha ucciso centinaia di ebrei. Per quella finestra aperta sulla letteratura, terzo vero protagonista del film. Per il modo profondo e morbido in cui tratta l'idea dell'innocenza perduta, senza mai cadere nel banale o nel volgare. Per un riferimento all'olocausto, contenuto ma profondissimo. Per un linguaggio di corpi unico. Per il finale doloroso e drammatico, che vorresti chiudere gli occhi per non vederlo. Per lo strazio psicologico dei due protagonisti, reale e supposto. Per aver raccontato trent'anni di esistenza di due persone che scopriranno di essere legate per sempre. Per l'istinto di lui a voler salvare lei. Per il coraggio di lei a non voler coinvolgere lui. Per la forza di entrambi. Per... l'emozione che semplicemente mi ha regalato.

Domani magari ci ripenserò con più razionalità e il film lo ricorderò diversamente, per ora mi godo questa emozione.
Per quello che il cinema in una sola sera può fare.

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lunedì 23 febbraio 2009

Alta Fedeltà - Stephen Frears

Quando si fa un confronto tra un libro e la sua trasposizione cinematografica, di solito, è sempre il primo che ne esce vincitore. Specialmente se quel libro lo abbiamo amato tra le righe, vederlo rappresentato sullo schermo è una delusione.

"Alta fedeltà" conferma questa tesi. Il film, diretto da Stephen Frears nell'anno 2000, con una sceneggiatura scritta a quattro mani (tra cui anche quelle dell'attore protagonista John Cusack), è tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby.


Nick Hornby è uno dei miei preferiti, devo ammetterlo e questo gioca, inevitabilmente, a favore del libro. Nessuno come lui sa dipingere la contemporaneità con ironia, leggerezza e verità. Soprattutto lo trovo insuperabile nella descrizione di generazioni complesse, come quelle dei trentenni Peter Pan negli anni '90 di "Alta fedeltà" o quelle a noi più vicine di "Non buttiamoci giù". I suoi personaggi sono tutti figli della post-modernità e chi, come me, ha anche solo un'infarinatura di sociologia, capisce a cosa mi riferisco. I suoi ritratti psicologici dei personaggi sono dei piccoli saggi scanzonati di sociologia. Proprio come Rob Gordon, il nostro protagonista, proprietario di un negozio di dischi in crisi mistica dopo l'abbandono della fidanzata Laura, che proprio a partire dalla separazione, riflette su se stesso, sul suo passato sentimentale e oltre, fino ad arrivare a maturare. Rob è un Peter Pan spaventato e fragile, che non si mette in gioco fino in fondo in quello che fa, che scopre di non aver fatto mai sul serio con la sua donna perchè ha paura della morte, che non vuole prendersi responsabilità verso gli altri e verso se stesso. In poche parole non vuole saperne di crescere. Preferisce rifugiarsi nella musica, nella sua collezione di dischi, nel suo negozio, il Championship Vinyl. Non c'è mai stato libro con tante citazioni sulla musica pop e rock. La musica diventa una sorta di controfigura del protagonista. L'elemento davvero geniale nel libro sono le "top five"; il protagonista e i due commessi del suo negozio passano le giornate a fare classifiche su ogni cosa: i migliori lati A dei 45giri, le migliori separazioni amorose, le migliori canzoni con il tema della morte, solo per citarne alcune. Nel libro sembrano infinite, un vero spasso.


Ma mettiamoci comodi e passiamo al film. John Cusack è perfetto nella parte; mentre leggevo, avevo proprio la sua immagine in testa. L'idea di guardare direttamente in camera, per renderci partecipi dei suoi pensieri e dei suoi ricordi è d'effetto, anche se, dopo venti minuti, comincia a stancare. Naturalmente una delle cose più belle, leggendo il libro, è la possibilità di addentrarci completamente nel flusso di coscienza del protagonista. Di trovarne tutte le sfumature. Nel film è impossibile farlo. E questo vuol dire perdere l'ironia costante dei personaggi, sembra che sia lì solo accennata, ma che non riesca ad esplodere. Non parliamo poi del cambio di ambientazione; come si può passare dalla Londra del libro alla Chicago del film? Anche musicalmente parlando è una follia; due culture musicali che non hanno niente in comune in un soggetto dove la musica è una colonna portante. Inoltre, la scelta delle protagoniste femminili è una delusione, anche fisicamente i personaggi sono molto diversi da quelli del libro. Un applauso invece alla scelta di Barry e Dick, i due commessi-amici, e alla loro interpretazione (soprattutto Jack Black è strepitoso). Per finire mi sono chiesta: ma la regia dov'è finita?
In conclusione, il libro lo adori, il film ti sembra poca cosa. Uno merita di essere letto e anche riletto più volte, l'altro invece andrebbe visto una volta sola, anzi mezza.

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lunedì 9 febbraio 2009

American Psycho - Mary Harron

Mi sono avvicinata a questo film con grande interesse, un po' perchè affascinata dai film che trattano la psicologia criminale, un po' perchè curiosa di vedere la trasposizione cinematografica di uno dei libri che nel 1991 aveva scioccato l'America. "American Psycho" è un thriller, datato 2000, diretto da Mary Harron, ispirato all'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis e interpretato da un Christian Bale agli inizi della carriera. Forse perchè vi ho riposto troppe aspettative, ma il film non mi entusiasmato nè scioccato quanto, forse, avrebbe dovuto.

Siamo negli anni '80, Patrick Bateman (Christian Bale) è uno yuppie americano; a soli 27 anni, è un pezzo grosso di Wall Street, aspira alla vice-presidenza della sua compagnia, e ha una vita fatta di locali alla moda, appartamenti nella Manhattam più esclusiva, e donne attraenti. Ha tutto quello che si può desiderare. Ma di notte, la follia che lo attanaglia, e che tiene a bada durante tutta la giornata, schizza fuori, portandolo a commettere gli omicidi più violenti. Le sue vittime non hanno caratteristiche precise: principalmente donne, ma non disdegna cani, senza tetto e persino colleghi, quando suscitano la sua totale invidia, come il malcapitato Paul Allen (Jared Leto). Quando il detective Donald Kimball (il sempre ottimo Williem Dafoe), indaga sulla scomparsa del collega, il nostro Patrick inizia a perdere colpi, s'innervosisce. La sua follia raggiunge l'apice. Una sera inizia a sparare per le strade di Manhattam; si rifugia nel suo ufficio, dal quale chiama il suo avvocato, e confessa a una segreteria tutti i suoi omicidi; il giorno successivo, Patrick incontra l'avvocato che archivia la telefonata come una divertente trovata, visto che ha pranzato con Paul Allen... The end.

Partiamo proprio dal finale: in una sola parola, deludente. E forse anche inconcludente. Cercando una spiegazione più profonda, credo che l'obiettivo fosse quello di esaltare un tema ricorrente del film: l'anonimato dei suoi protagonisti. Ogni yuppie sembra identico all'altro nel suo abito firmato e nella sua pettinatura perfetta e infatti spesso il protagonista viene confuso con qualcun'altro. Lo stesso avvocato, che Bateman incontra dopo la telefonata-confessione, lo scambia per un suo collega. Gli omicidi del protagonista sono lasciati impuniti perchè è impensabile che un uomo, all'apparenza, perfetto possa trasformarsi in un folle psicopatico e perchè chiuque potrebbe essere al suo posto.
Il grande merito di questo film è la descrizione di una classe sociale in un momento preciso, i giovani rampanti di Wall Street negli anni '80. Ogni elemento è curato nei minimi dettagli per rappresentare il fenomeno dello Young Urban Professional: l'appartamento monocromatico del protagonista, i vestiti firmati, l'avvento dei compact disc, gli avvistamenti di Donald Trump, la cocaina.
Quello in cui, invece, fallisce è la costruzione psicologica del serial killer; sono tanti gli esempi cinematografici in cui la psicologia criminale è l'elemento portante della sceneggiatura, ogni cosa ha un perchè, ogni vittima è una pedina di un gioco ben studiato. In American Psycho questo non accade e se lo fa, lo fa solo a tratti. Inoltre la violenza e la crudeltà di Bateman che hanno reso celebre il romanzo, diventano, alcune volte, così esagerate nel film da sfiorare quasi il genere splatter (la scena di lui nudo che corre con la sega elettrica mi ha fatto ridere).

Anche se il film poggia su una sceneggiatura a tratti discutibile e su un finale incerto, il motivo per cui vale la pena vederlo è l'interpretazione di Christian Bale. Uno psicopatico di alto livello, nella parte è semplicemente perfetto. In due scene è sublime: nell'uccisione di Paul Allen (vedi la gestualità prima del massacro e il suo collegamento con la musica) e nel crollo durante la telefonata-confessione al suo avvocato. Giudicate voi...









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domenica 8 febbraio 2009

L'Attimo Fuggente - Peter Weir

L'Attimo Fuggente può essere considerato a tutti gli effetti un capolavoro del cinema mondiale a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta; il successo di pubblico ottenuto fu straordinario e la vittoria dell'Oscar nel 1990 come miglior sceneggiatura, firmata da Tom Schulman, fu un'ulteriore consacrazione. Diretto da Peter Weir e interpretato da un Robin Williams agli albori, questo film ha conquistato tutti con una storia semplice, lineare nella sua drammaticità, ma che scuote fortemente gli animi perchè emblema dell'anticonformismo.

Ambientato nel 1959, nella severa Accademia Welton, sulle colline del Vermont, ci racconta la storia del professore di Letteratura John Keating (Robin Williams), che, arrivato nella nuova scuola, introduce un metodo d'insegnamento assolutamente innovativo e bizzarro. Le sue lezioni spesso si svolgono all'aperto, i classici libri di testo vengono strappati in classe, e le lezioni in aula declamate in piedi sulla cattedra: ogni cosa è simbolo della lotta a un conformismo dilagante nella scuola e nella società degli anni Sessanta. Keating insegna ai suoi giovani studenti a pensare con la propria testa, a cercare in ogni cosa uno sguardo ulteriore, a seguire le proprie ambizioni, cogliendo l'attimo, per vivere a fondo, "succhiando tutto il midollo della vita". I suoi studenti, tra i quali si distinguono l'appassionato Neil Perry (Robert Sean Leonard) e il timidissimo Todd Anderson (Ethan Hawke), giorno per giorno, prendono familiarità con i suoi modi e con i suoi moniti. Pronti ad assorbire ogni cosa, come delle spugne finora aride, decidono di seguire le orme del professore, ricostituendo un'antica setta, quella dei "poeti estinti" ("Dead Poets Society" è in realtà il titolo originale). Questo nuovo modo di pensare, e soprattutto di essere, ha però dei risvolti imprevisti: il giovane Neil, incoraggiato dall'insegnante a seguire il sogno della recitazione, si scontra, però, con il padre, il quale ha altri progetti per lui. L'incapacità di realizzare le sue aspirazioni e la sottomissione al volere dei genitori, lo porta al gesto estremo: il suicidio. La sua morte scuote tutti i suoi compagni, specialmente il fragile Todd, e naturalmente il professor Keating, che dopo un'inchiesta interna della scuola, accusato dai suoi stessi studenti, costretti a firmare un documento che provi la sua colpevolezza per la morte del ragazzo, è costretto a lasciare la scuola. Il saluto finale dei suoi alunni è da brividi.

Nel film, il protagonista ci fa ascoltare con la sua voce le poesie di Whitman, Keats e Shelley e, una volta finito, vien voglia di andare a cercarle e leggerle, ad alta voce, riscoprendo (o scoprendo), così, l'importanza della letteratura anglo-americana. Riscoprendo, in generale, la forza della poesia e il suo essere piena di passione. E un'altra cosa che subito reclama una riflessione è l'importanza dell'insegnamento nelle nostre vite; di come, nel periodo della giovinezza, sia fondamentale trovare un professore che non imponga metodi d'insegnamento asettici, basati solo su nozioni mnemoniche, che sappia stuzzicare abilmente la nostra sete di sapere. Era un tema attuale nei college americani degli anni '60, lo è ancora oggi, forse ancor di più.
Il finale è prevedibile, ma questo non toglie nulla alla pellicola: la recitazione di Robin Wlliams è commovente, lo è altrettanto quella dei giovani attori in erba, Robert Sean Leonard su tutti, sebbene poi l'unico a far carriera sia stato Ethan Hawke.
E' un classico, nulla da aggiungere. Se non l'avete ancora visto, fatelo. Carpe diem, come dice il professor Keating.

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lunedì 2 febbraio 2009

Eternal Sunshine of the Spotless Mind - Michael Grondy

Se dovessi trovare un solo aggettivo per “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind” direi… profondo. E con profondo mi riferisco alla profondità della mente, alla dicotomia coscienza-subconscio, al concetto di destino, all’idea dell’amore. Tutto racchiuso in una pellicola.

Il film è uscito nelle sale nel 2004, diretto da Michael Grondy, con la sceneggiatura (vincitrice dell’Oscar 2005) di Charlie Kaufman, viaggiatore poetico della mente umana, come già in passato in “Essere John Malkovich” e “Confessioni di una mente pericolosa” e interpretato da Jim Carrey e Kate Winslet.

Joel e Clementine sono due innamorati che, dopo due anni di relazione, affrontano una inevitabile crisi che li porta a separarsi. Clementine scopre una clinica privata, la Lacuna Inc., che è in grado di cancellare i ricordi dalla mente di una persona; così decide di eliminare Joel e la loro storia dai suoi ricordi. Quando il ragazzo ne viene a conoscenza, decide di sottoporsi allo stesso trattamento. Ma qualcosa va storto…

Il film inizia con una prolessi: l'inizio riguarda ciò che è successo dopo la procedura eseguita su Joel, e solo dopo alcuni minuti si ha un'ellissi che torna indietro al giorno dopo la cancellazione dei ricordi di Clementine. E così inizia un viaggio a ritroso nei ricordi d’amore di Joel, dal più recente al più lontano, dalle liti e le offese al giorno del primo sguardo. Un treno di immagini, frammentate, veloci, inesorabili (sostenute da un montaggio splendido) in cui il protagonista prende coscienza di cosa vuol dire perdere dei pezzi della propria memoria, e allora cerca una disperata corsa contro il tempo, dove gli uomini cattivi della Lacuna Inc. vogliono portargli via la sua Clementine mentre lui cerca di rifugiarsi con la ragazza nei ricordi più indelebili e nascosti, quelli dell’infanzia o dell’adolescenza. Joel tenta la sua eroica resistenza, ma i ricordi scivolano via. Uno ad uno. Fino all’ultimo, quando i due si trovano a Montauk, ad una festa in spiaggia di amici in comune durante la quale si sono conosciuti. La scena è indescrivibile: la casa in cui si trovano e si nascondono prima che il processo di cancellazione sia terminato del tutto, viene invasa dall’acqua, dal mare. E la sensazione è quella dei ricordi che scivolano via, della distruzione di quello che si è vissuto, il rumore delle onde accompagna la loro fine in un sentimento di totale devastazione. Ma si diranno davvero addio?

Questo capolavoro, che non ha goduto di grande successo in Italia, colpa di una orribile e indecorosa traduzione del titolo in “Se mi lasci ti cancello” come se si trattasse della solita commedia americana, va ricordato anche per la prova dei suoi attori. Kate Winslet si conferma una delle migliori attrici di Hollywood, la sua Clementine è intensa, eccentrica, vera in una sola parola. Jim Carrey è un uomo fragile, introverso, angosciato; vista la sua interpretazione mi chiedo perché il cinema che conta, troppo spesso si dimentichi di lui e delle sue interpretazioni drammatiche.

Probabilmente in alcuni momenti il film appare macchinoso e contorto, ma la sceneggiatura e la fotografia sono da applausi. Questo viaggio d’amore dei protagonisti all’interno di un viaggio ben più grande nell’animo umano, emoziona, semplicemente. Emoziona tantissimo. Una storia d'amore, una storia dell'amor perduto che vuole essere ritrovato. Assolutamente imperdibile.


How happy is the blameless vestal's lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray'r accepted, and each wish resign'd.

Com'è felice il destino dell'incolpevole vestale!
Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.
Infinita letizia della mente candida!
Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.


Eloisa to Abelard - Alexander Pope (1717)

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Boris - La fuori serie Italiana

"Boris - La Fuori Serie Italiana” è una serie televisiva tutta made in Italy che, forse per la prima volta, non fa rimpiangere le situation comedy americane. Giunta già alla seconda stagione (la terza è in arrivo), prodotta da Wilder per Fox Italia e trasmessa nel 2007 dal canale satellitare Fox, questa sit-com è una satira, schietta e sincera, delle ipocrisie del mondo delle fiction nostrane.


La storia è ambientata sul set de “Gli Occhi del Cuore 2”, un soap-opera che ricalca completamente, esasperandoli in un clima quasi surreale, gli intrecci di una serie come Incantesimo. Il nome, Boris (inteso come Boris Becker) , è quello del pesce rosso che il regista porta sul set tutti i giorni come portafortuna (anche tutti i pesci precedenti avevano nomi di tennisti famosi).

Nonostante sia difficile individuare un vero e proprio protagonista nell’intreccio, la maggior parte delle puntate ruotano attorno alle vicende di Alessandro (Alessandro Tiberi), uno stagista, malpagato e maltrattato, che arriva sul set con il sogno di diventare, un giorno, regista. Qui conosce tutta la bizzarra troupe, a partire dal regista Renè Ferretti (lo straordinario Francesco Pannofino), il divo Stanis (Pietro Sermonti), la star Corinna (Carolina Crescentini), l’aiuto regista Arianna (un’ottima Caterina Guzzanti), il direttore della fotografia Duccio (Ninni Bruschetta) e, a partire dalla seconda stagione, un insuperabile Corrado Guzzanti nel ruolo del cattivo della serie che si sta girando. Sul set e nei lunghi giorni di riprese, si alternano amori, amicizie, liti e a volte anche licenziamenti, il tutto sempre dipinto con grande ironia e leggerezza.

I personaggi e le vicende sono costruiti in modo tale da attaccare tutti gli aspetti più chiacchierati delle produzioni italiane: il divo Stanis, emblema dell’attore mediocre, ma con una grande autostima che critica la recitazione all’italiana, causa, secondo lui, di tutti i mali della nostra tv di scarsa qualità; la scelta di Pietro Sermonti di girare questa sit-com, dopo aver interpretato “Un medico in famiglia”, prendendo così in giro se stesso e quanto fatto finora non ha bisogno di commenti. Il direttore della fotografia Duccio, cocainomane e scansafatiche, che non fa altro che scegliere una luce sovraesposta (ed è così che accade nelle nostre fiction con quell’alone chiaro e quasi angelico che attornia i protagonisti, avete presente?), dando la colpa alla rete che esige una fotografia peggiore di quella della pubblicità altrimenti la gente cambia canale. Il regista Ferretti che sa di girare scene totalmente inguardabili, per le quali spesso si scusa con la troupe, ma che porta a casa per non avere problemi con la rete. Un altro tema di satira chiaro e preciso è la protezione politica necessaria per tutti gli attori e i membri della troupe per poter continuare a lavorare; così come quello della guerra dello share e la possibile sospensione della serie per scarsi ascolti, fine che spesso vediamo per le fiction reali. E ancora, alcuni protagonisti che da personaggi osannati vengono coinvolti in scandali a luci rosse (Lapo Elkann o Paolo Calissano vi dicono niente?), per la serie dalle stelle alle stalle.

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti. Una parodia, a tratti esilarante e qualche volta un po’ troppo forzata, del mondo delle fiction, da sembrare così vicina alla realtà che durante le riprese, le due troupe, quella vera e quella fittizia, si mescolano senza che lo spettatore se ne accorga. Noi italiani non siamo capaci di produrre sit-com che raggiungano i livelli di quelle americane? Allora prendiamoci in giro! Questa l’idea di base, che risulta vincente e a dir poco geniale. Provare per credere!


Nel frattempo vi lascio la sigla di apertura di Elio e Le Storie Tese che ha ispirato un brano in quattro parti, "Effetto Memoria", incluso nel loro album "Studentessi".





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mercoledì 28 gennaio 2009

Nata Ieri - Luis Mandoki

Questa brillante commedia, datata 1993, è un remake dell'omonimo film di George Cukor, tratto dal fortunato "Born Yesterday" di Garson Kanin che nel 1946 divertì Broadway, raccontandoci come una ballerina mozzafiato, svampita e un po' ignorante, affidata alle cure di un affascinante giornalista, riesca a tirar fuori il cervello ed incastrare il suo amante, un rozzo e corrotto uomo d'affari. Nel ruolo di Billie, una favolosa Melanie Griffith che nella parte della donna bella e senza cervello è strepitosa. Le sue battute fuori luogo ai ricevimenti, le imbarazzanti dichiarazioni alla radio sul suo compagno più noto e i divertenti tentativi di sostenere una conversazione d'attualità sono esilaranti. L'unica cosa in cui batte tutti è il gin rummy, la scena della partita a carte tra lei e Harry (John Goodman) è tutta da ridere. L'attraente giornalista, assodato da Harry per occuparsi dell'educazione di Billie, è Paul, interpretato da un Don Johnson forse scialbo e di poco spessore,ma comunque determinato a fare della bella bionda una vera donna oltre che una bambola sexy. Tra letture di giornali, discussioni di letteratura e giochi in codice, tra i due nasce l'amore. Nonostante nessuno noti i suoi progressi, Billie, invece, prende in mano la sua vita e in un colpo solo manda a monte lo sporco affare del suo amante e trova l'amore, prendendosi una rivincita su tutti. Il ritmo della storia è buono, i momenti comici non mancano, forse la regia è un po' scarsa ma gli attori fanno il grosso e soprattutto Melanie conquista la scena con gran disinvoltura. Dovete vederla senza alcuna pretesa, è un commedia leggera, di buoni sentimenti condita con un po' d'ironia. Non avendo visto l'originale, non posso dire se regga il confronto o meno; però tra le commedie della prima metà degli anni 90, accanto a "Gost", "Insonnia d'amore" e "French Kiss" non potete dimenticarla. Buona visione.


-Sa… il fatto di essere stupida non è che mi pesi tanto… ho tutto quello che voglio, ho tantissimi gioielli pesanti come piacciono a me, la pelliccia di visone, una tv che entra nella borsetta, se voglio qualcosa devo solo chiederla e se lui non mi desse quello che voglio io, io non gli darei quello che vuole lui, non so se mi spiego…
-Pensa che questa vita sia il massimo?
-Beh dato che so come ottenere quello che voglio non voglio altro!
-Mi sembra giusto… a condizione che lei sappia davvero quello che vuole!
-Certo… ehm… cosa?

-Però Paul, prima lì dentro c’è stato un momento, mentre io dicevo quelle frasi e tutti stavano zitti e mi ascoltavano, come se fossi consapevole di quello che dicevo… ho provato una contentezza… mi hai insegnato quei trucchi perché sai che comunque io non ce la farei?
-Oh Dio Billie no.. io credo che tu non volessi impegnarti seriamente.. .
-Anch’io sono sorpresa lo ammetto, ma mi sono ricordata una frase che mi diceva mio padre quando ero bambina “senza cultura sarai sempre l’ultima ruota del carro” e io non voglio essere l’ultima, aspetta.. non voglio nemmeno essere la prima, voglio dire… non voglio essere più di quello che sono, ma non voglio neanche essere meno, ecco…
-Eh… ho paura che ormai per te sia troppo tardi… tu vali molto di più di quello che pensi.


-Se innamorato pazzo di me non è così?
-Sì…
-E’ per questo che ce l’hai tanto con Harry?
-No, io non ce l’ho con Harry, non sopporto il suo modo di vivere, quello che fa, quello per cui si batte, Harry non sa fare di meglio, non ha mai pensato ad altro che a se stesso in tutta la sua vita
-Chi non lo fa?!
-Santo Dio Billie milioni di persone, la storia dell’umanità non è che questo, una lotta che si perpetua tra egoisti e altruisti…
-E io da che parte starei?
-Onestamente non lo so…
-Mi credi ancora il tipo di donna giusta per stare accanto ad Harry?
-Stai ancora con lui o sbaglio? Billie, avanti dai.. sei tu che mi hai detto che tutto quello che vuoi è un visone e una tv che entra nella borsetta…
-Sì, ma per cambiare mi sono buttata sui libri.. ma non vedo la differenza…
-Non ti vedi diversa adesso?
-Io sì, ma tu no… tu mi vedi ancora com’ero prima Paul… e in questo non sei affatto diverso da Harry!
-Come fai a dire una cosa del genere?
-Lui mi vede ancora come una bambola di Las Vegas e lo stesso tu… Come mai non sto più bene da nessuno parte Paul, spiegami perché non mi soddisfano più le cose che mi desideravo fino a ieri… una cosa invece voglio spiegarla io… ne sapevo poco di libri, di cultura, di etica e di arte, ma ora so che ti guidano fino ad un certo punto e che da quel punto devi contare solo su quello che senti non su quello che sai e ho capito un’altra cosa… c’è un momento in cui, fra un uomo e una donna, può nascere qualcosa, e se non nasce allora è destino che non nasca…
-Forse non è ancora arrivato il nostro momento…
-No è arrivato.. ma hai perso il treno Paul…

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Christian nuoce gravemente alla mia salute...

Cari amici, o meglio, care amiche... la categoria sexy planet, da me ideata naturalmente, è una categoria che mi sta particolarmente a cuore, perchè sono tanti i film in cui ho raggiunto dei picchi ormonali preoccupanti dovuti al fascino di qualche attore di bella presenza, per cui credo che una cosa così non si possa proprio mettere a tacere quando si apre un blog sul cinema. Ho pensato e ripesanto a chi facesse al caso nostro per inaugurarla, ma alla fine gli ormoni si sono coalizzati tutti insieme per... (orchestra??!! Rullo di tamburi, grazie!)... Christian Bale!

Diciamo fin da subito che la scelta potrebbe non essere condivisa e che tanti sono gli attori che ci fanno sbavare al cinema, ma io ho DOVUTO iniziare da lui. Non credo ci sia mai stato attore che mi abbia provocato tante fantasie... che poi, diciamolo, non è che sia la bellezza fatta persona... nel senso che, c'ha la mascella troppo grossa, gli zigomi troppo sporgenti, questa bocca sempre con una forma sbagliata, è alto un metro e dodici, e mi dà l'idea che sputi quando parli... ma nonostante questo.. direi che il posteriore e gli addominali siano i più armoniosi che abbia mai visto! E poi non sono mai stata una fanatica della bellezza perfetta, nemmeno al cinema.


Gli ormoni qui accanto mi suggeriscono di parlare della sua interpretazione in Batman Begins, che è ancora ad oggi il film che mi fa sbarellare completamente il cervello, immobilizzandomi in una stanza a parlare da sola del suo popò. Christian Bale è nato per fare l'eroe, per mettersi le armature, per svolazzare tra i tetti di città e per guidare carrarmati. E' nato per stare in calzamaglia, perfino le corna da pipistrello gli donano. Nella prima mezz'ora del film dove il bambino Wayne e l'adulto Batman si alternano, ho già degli scompensi non indifferenti nelle parti basse. Lui rinchiuso nelle carceri di mezzo mondo con la barba incolta che si mescola tra i criminali? Lui che fa la lotta nel fango in una prigione sperduta della Mongolia? La battaglia nel fango amiche?!! Ne vogliamo parlare? Io con lui in quella melma putrida mi rotolerei per giorni e giorni e giorni e giorni. E poi quando lui tutto imbacuccato con sciarpe e maglioni manco fosse mia zia Pina quando esce in giardino per prendere la legna, se ne va a fare l'addestramento sulle montagne più innevate? Cioè, è da bava alla bocca anche col turbante! Per non parlare di quando fa il playboy miliardario che compra alberghi e gira su una Porche! Con questi completi giacca e cravatta impeccabili... E quando fa il combattimento vestito da Tartaruga Ninjia??? Sarà più Michelangelo o Donatello? Quando dopo la prima mezz'ora la trasformazione in Batman ha inizio, io ho già perso il controllo di me stessa, il selfcontrol insomma. Lui che si dipinge a mano l'armatura (allora vedi che era più Michelangelo tra le tartarughe?), e vedi questi pettorali in formato carbonio che ti avvolgono e ti si depositano addosso... ahhhh... e quando fa lo sboroone sulla Batmobile??? Cioè se proprio c'ho la casa in disordine direi che anche il macchinone lì andrebbe bene.. spara missili e satelliti, sarà anche comoda suppongo! E quando compare sempre alle spalle del sergente Gordon? Sei a buttare la spazzatura in ciabatte e lui.. trac.. ti appare da dietro al cassonetto... maremma gatta.. per tutti i pipistrelli del mondo.. guarda chi c'è??!! E poi.. trac... svenuta...

Insomma amiche, a me Christian Bale fa male alla salute... vista la devastazione profonda ed interiore che mi procura, il mio medico mi ha consigliato di vedere solo un suo film all'anno per evitare danni irreversibili. Ma c'ho già qui pronto "American Psyco" e "L'uomo senza sonno".. che faccio? Rischio? Mi butto?
Se non posto più chiamate aiuto.

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